English Translation
of Four Lectures on
Delivered on April 2, 2022, at the Public Conference
Sponsored by Loggia Regionale Oreto (RSI), Messina, Italy
(Translated by Bro. Vincent Lombardo)
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Translator's Note: This four Papers were presented at a Conference open to the public held on April 2, 2022, at the Royal Palace Hotel, Messina, sponsored by Loggia Regionale Oreto of the Rito Simbolico Italiano
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* * * Corollario della teoria platonica delle forme è la teoria delle corrispondenze. Tutto ciò che esiste — ex stare, dipendere da — deriva da un principio trascendente e sovra-empirico, l'Uno, al quale anelano a ricongiungersi. Rammento che il vocabolo "universo" deriva dal latino uni-versus, rivolto all'unità. Guénon riassume così questa dottrina: "Tutto ciò che è, qualunque sia il suo modo di essere, partecipa necessariamente dei principi universali, e nulla esiste se non per partecipazione a tali principi, i quali sono le essenze eterne e immutabili contenute nella permanente attualità dell'intelletto divino; si può quindi affermare che tutte le cose, per quanto siano contingenti in se stesse, traducono o rappresentano i principi a loro modo e al loro livello di esistenza: altrimenti non sarebbero che puro e semplice nulla. In tal modo, da un piano all'altro tutte le cose si concatenano e si inter-corrispondono, concorrendo all'armonia universale e totale, giacché l'armonia, come accennavamo poco fa, è il riflesso dell'unità dei principi nella molteplicità del mondo manifestato; ed è questa corrispondenza è il vero fondamento del simbolismo." 2) * * * Il simbolo è la rappresentazione sensibile di una realtà intellegibile. Il vocabolo deriva dal greco syn-bàllo, congiungere, riunire, opposto a dià-bàllo, separare, donde diàbolos, diavolo, personificazione del male che ci separa da Dio, bene supremo. I simboli hanno un riferimento metafisico, perché la conoscenza dell'ineffabile non può essere espressa con il linguaggio convenzionale: Trasumanar significar per verba / non si porìa,5) ed in ciò cogliamo la differenza fondamentale tra il simbolo ed il segno. Quest'ultimo, infatti, rimanda sempre a situazioni della vita, a fatti concreti: pensiamo ad esempio alla segnaletica stradale. Tutto ciò che è conoscibile empiricamente è rappresentato dal "segno"; significante e significato si pongono allo stesso livello di realtà, nel campo dell'esperienza individuale di cose particolari. Al contrario, nell'accezione tradizionale, il referente del simbolo si trova ad un livello sovra-individuale e universale, dove non può essere conosciuto né dalla ragione discorsiva né dalla percezione sensoriale, ma solo per mezzo dell'analogia e dell'intuizione. In questo senso il simbolo rimanda ad un regno che trascende il sensibile e il razionale. Mircea Eliade ha giustamente osservato che la funzione del simbolo resta invariabile: "trasformare un oggetto o un atto in qualche cosa di diverso da quel che sono nella prospettiva dell'esperienza profana". 6) Contrariamente al linguaggio discorsivo, che è mutevole ed analitico, il simbolo è permanente e sintetico. Come ha rilevato Arturo Reghini, "l'espressione verbale, anche nelle sue varie forme figurative, non può competere con la sinteticità vitale dei simboli. Il simbolo trascende la parola, e, anche limitandosi a considerarlo unicamente come mezzo per esprimere e comunicare fatti e dottrine, presenta ancora un altro vantaggio sopra il linguaggio: le parole variano col tempo e col luogo, sono soggette a logoramenti e variazioni sia nella forma sia nel significato, e non possono raggiungere la stabilità e l'universalità del simbolo." 7) La sinteticità del simbolo ne comporta la polisemia. Cito ancora da Reghini: "Il carattere analogico insito nel simbolo gli conferisce una polisemia ed una indeterminatezza di significato che, se da una parte ne costituisce la ricchezza e la fecondità di fronte alla precisione ed alla determinazione della parola, ne rende d'altra parte assai meno semplice ed agevole la penetrazione e l'uso. Anche nelle parole la coscienza del significato etimologico e dei legami con le voci affini permette di afferrarne il senso riposto e dischiude la via a maggior conoscenza, ma il processo analogo presenta nel caso del simbolo ben altra latitudine e profondità. La comprensione di un significato costituisce il gradino per muovere alla conquista dei significati ulteriori nei campi collaterali e superiori, né in questo caso si è costretti a desistere nel continuo superamento del mistero delle radici ultime del linguaggio che sta fatalmente alla base di ogni analisi etimologica."8) Il simbolo ci costringe alla ginnastica mentale: meditando su di esso scopriamo ogni giorno nuovi e più ricchi significati, in un processo continuo di evoluzione coscienziale. Mircea Eliade ha giustamente rilevato che "il simbolo è sempre aperto [...] l'interpretazione non è mai conclusa". 9) Esso diventa così il nostro migliore maestro, perché ci insegna, signat-in, imprime i significati via via svelati nel profondo dell'animo del discepolo. Ciò non significa, tuttavia, che i simboli siano liberamente interpretabili: se così fosse, non ci sarebbe bisogno di una pluralità di simboli, ma ne basterebbe solo uno. Invero, ogni simbolo è in rapporto di adeguatezza con il suo referente, c'è un' "adequazione", un "rendersi uguale" del simbolo al suo modello trascendente. 10) Questa "adeguatezza" è una parentela, o meglio un'analogia, per cui il simbolo interpreta la sua forma archetipa, come il corpo è un riflesso dell'anima e le parole lo sono delle cose. Adeguazione però non è uguaglianza. Il simbolo non uguaglia il suo referente, perché quest'ultimo è a un altro livello di realtà. Nondimeno, il simbolo è inseparabile dal suo referente, come l'ombra è inseparabile dal corpo che la proietta. La garanzia dell'adeguatezza di un simbolo è data dalla sua capacità di produrre in una persona ricettiva e qualificata una condizione di conoscenza intellettuale, la quale, successivemente, è confortata dalla conoscenza discorsiva. La conoscenza intuitiva è come la fiamma platonica, "che s'accende da fuoco che balza: nasce d'improvviso nell'anima dopo un lungo periodo di discussioni sull'argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di se medesima." 11) La conoscenza discorsiva, invece, necessita di un cammino a ritroso, durante il quale c'è la verifica delle varie tappe che erano state precedentemente saltate per assicurarsi che tutto sia perfettamente concatenato. * * * Prima di concludere le nostre riflessioni, è opportuno spendere qualche parola sul rituale, il quale, secondo una felice definizione di Guénon, è un simbolo agito. Personalmente, preferisco parlare di ritualità, intesa come l'insieme delle parole e dei gesti che la compongono, destinata a cogliere le energie esteriori e a farle interagire con quelle interiori, le quali vengono eccitate e mantenute attraverso il movimento e la postura. L'orgonomia è la scienza che studia questo fenomeno. 12)
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* * * A corollary of the Platonic theory of forms is the theory of correspondences. Everything that exists — ex stare [by being], depending on] — derives from a transcendent and supra-empirical principle, the One, to which they yearn to rejoin. I remind you that the word "universe" derives from the Latin uni-versus, oriented towards unity. Guénon summarizes this doctrine thus: "Everything that is, whatever its manner of being, necessarily possess some of the universal principles, and nothing exists except through participation in these principles, which are the eternal and immutable essences contained in the permanent actuality of the divine intellect; it can, therefore, be said that all things, however contingent in themselves, translate or represent principles in their own way, and at their level of existence: otherwise they would be but nothing, pure and simple. In this way, from one level to another, all things are linked and inter-correspond, contributing to universal and total harmony, since harmony, as we mentioned a little while ago, is the reflection of the unity of principles in the multiplicity of the manifested world; and it is this correspondence that is the very foundation of symbolism."2) * * * The symbol is the sensitive representation of an intelligible reality. The word derives from the Greek syn-bàllo, to join, to reunite, as opposed to dià-bàllo, to separate, whence diàbolos, devil, personification of the evil that separates us from God, supreme good. Symbols have a metaphysical reference, because knowledge of the ineffable cannot be expressed with conventional language: Trasumanar significar per verba / non si porìa [To represent transhumanise in words / would be Impossible],5) and in this we grasp the fundamental difference between the symbol and the sign. The latter, in fact, always refers to situations in life, to concrete facts: let's think, for example, of road signs. All that is empirically knowable is represented by the "sign"; signifier and signified are placed on the same level of reality, in the field of the individual experience of particular things. Conversely, in the traditional sense, the referent of the symbol is found at a supra-individual and universal level, where it cannot be known either by discursive reason or by sensory perception, but only by means of analogy and intuition. In this sense, the symbol refers to a realm that transcends the sensible and the rational. Mircea Eliade has rightly observed that the function of the symbol remains invariable: "to transform an object or an act into something different from what they are in the perspective of profane experience."6) Contrary to discursive language, which is changeable and analytical, the symbol is permanent and synthetic. As Arturo Reghini pointed out, "verbal expression, even in its various figurative forms, cannot compete with the vital conciseness of symbols. The symbol transcends the word, and, even limiting itself to considering it solely as a means of expressing and communicating facts and doctrines, it has yet another advantage over language: words vary with time and place, are subject to wear and variations both in form and in meaning, and cannot achieve the stability and universality of the symbol."7) * * * Before concluding our reflections, it is appropriate to spend a few words on the ritual, which, according to a happy definition by Guénon, is an acted symbol. Personally, I prefer to speak of rituality, understood as the set of words and gestures that compose it, intended to capture the external energies, and make them interact with the internal ones, which are excited and maintained through movement and posture. Orgonomy is the science that studies this phenomenon.12)
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Dunque mentre la conoscenza comunemente intesa riguarda principalmente, se non esclusivamente, il piano cognitivo o della mente razionale, con l'aggettivo "autorealizzativo" Raphael indica quella conoscenza, in cui il dato conosciuto viene prima intuito e poi integrato nella coscienza. Quello che innanzitutto va evidenziato è che il Centro è il simbolo propriamente metafisico. Ciò può essere osservato agevolmente attraverso il simbolismo geometrico del cerchio: Questi due aspetti del Centro, come principio e fine, sono ben evidenziati nel monogramma di Cristo, che nella sua forma essenziale presenta le due prime lettere del nome Cristo, Chi e Rho, nella grafia greca rispettivamente X e P:
Dunque c'è una conoscenza teorica della dottrina e una realizzazione della dottrina. La prima non costituisce che il mezzo in vista del fine, che è la realizzazione effettiva. Per quanto la distinzione concettuale tra conoscenza teorica e realizzazione metafisica non sembra presentare particolari problemi, essa tuttavia può lasciare insoddisfatti. Vent'anni dopo Guénon riprende gli stessi concetti nello scritto Metafisica e dialettica, per rispondere alla critica mossagli, secondo cui nella sua opera si troverebbero soltanto «distinzioni concettuali singolarmente precise», ma «di tipo puramente dialettico», che dal punto di vista pratico non fanno avanzare di un passo al di là del mondo delle parole8). Come dire: anche il parlare di pratica rimane pur sempre... un parlare, e la distinzione tra teoria e pratica è pur sempre una distinzione teorica. Così si può comprendere una famosa critica di J. Evola, secondo cui Guénon è come uno che descrive una bella donna, ma non fornisce alcuna istruzione per conquistarla.
Non ci interessa la polemica, se non per far emergere la difficoltà che comporta il parlare di ciò che è al di là delle parole. Ogni discorso di metafisica inevitabilmente si infrange nei limiti del linguaggio. Anche quanto diciamo qui adesso, per certi versi, non può che risultare inutile e contraddittorio. Quindi per approfondire l'aspetto realizzativo della conoscenza metafisica, non ci rimane che fare un discorso più lungo. E lo facciamo ancora richiamando un'altra pagina in cui Guénon spiega che la realizzazione totale dell'essere costituisce l'unione di due aspetti, o di due fasi: la realizzazione "ascendente" e la realizzazione "discendente"10). La comprensione della prima fase non comporta particolari problemi: trascendere i limiti e i condizionamenti inerenti a ogni particolare stato della manifestazione significa ascendere al principio non manifesto. Ma qual è il senso della realizzazione discente? Perché una volta raggiunto lo stato di perfetta beatitudine, si dovrebbe discendere di nuovo allo stato del manifestato? La difficoltà, spiega Guénon, consiste essenzialmente nel fatto di considerare unicamente i tre stati della manifestazione, che il Vedanta indica come: veglia, sogno e sonno profondo, corrispondenti rispettivamente ai piani: fisico-grossolano, sottile e causale-non-manifestato. Quest'ultimo, corrispondente a Īśvara o Brahman Saguņa, contiene a livello causale l'intero mondo manifestato. Tuttavia esiste ancora un quarto stato che non è "né manifestato né nonmanifestato", in quanto è il principio di entrambi. Quello che il Vedanta chiama Turīya, o più semplicemente il Quarto. Nella piena e totale realizzazione l'ātman (il Sé) deve essere conosciuto a un tempo come manifestato e non-manifestato, e ciò corrisponde allo stato del Brahman Nirguņa: è propriamente a quest'ultimo che si riferisce la realizzazione discendente. Le tecniche, il cui insegnamento ovviamente non è prerogativa esclusiva di Raphael, hanno però qualcosa di problematico. Esse consentono di conseguire un potere (le cosiddette siddhi) ma questo potere che deriva dalla conoscenza può a sua volta costituire una prigione: la prigione dell'io. Si pone allora la necessità, come dice un altro libro, di procedere Oltre l'illusione dell'io17). È la rottura del processo dell'individuazione, dell'io-quaternario, la vera morte dei Filosofi che consente di uscire dal divenire individuato e di realizzare lo stato universale o cristico18). Ogni Maestro svolge un dharma. Penso che quello di Guénon abbia riguardato l'esposizione della dottrina. Il dharma di Raphael, il cui nome nell'albero sefirotico viene indicato come l'intelligenza di Tipheret, è stato quello di far "scendere" la dottrina, portando la conoscenza superiore al piano inferiore. C'è un'esposizione della dottrina del centro e un'esposizione della dottrina dal centro. Poiché Tipheret è anche chiamato "il guaritore", possiamo dire che, se la prima può essere l'esposizione della dottrina "dialetticamente" perfetta, la seconda è l'esposizione della dottrina ... "che guarisce". Ancora mantenendo quest'immagine, possiamo paragonare l'esposizione della dottrina del centro con la diagnosi che fa il medico, a cui deve seguire la terapia. L'esposizione della dottrina dal centro invece non disgiunge i due momenti: mentre spiega la dottrina, guarisce dall'ignoranza. Parlare con Raphael ha significato ascoltare i più alti insegnamenti senza nemmeno accorgersi della vertiginosa altezza della verità ascoltata, se non dopo un tempo più o meno lungo di riflessione e meditazione. Carmelo Muscato |
Therefore, while the commonly understood knowledge mainly concerns, if not exclusively, the cognitive level or of the rational mind, with the adjective "self-realization" Raphael indicates that knowledge, in which the known data is first intuited, and then integrated into the conscience. What must first be emphasized is that the Center is the proper metaphysical symbol. This can be easily observed through the geometric symbolism of the circle: These two aspects of the Center, as a beginning and an end, are well highlighted in the monogram of Christ, which in its essential form presents the first two letters of the name Christ, Chi and Rho, in the Greek spelling X and P respectively:
There is, therefore, a theoretical knowledge of the doctrine and a realization of the doctrine. The first constitutes only the means in view of the end, which is the actual realization. Although the conceptual distinction between theoretical knowledge and metaphysical realization does not seem to present particular problems, it can nevertheless leave us unsatisfied. Twenty years later Guénon takes up the same concepts in his work Metaphysics and dialectics, to respond to the criticism made against him, according to which in his work there are only "individually precise conceptual distinctions," but "of a purely dialectical type," which from the practical point of view they do not advance one step beyond the world of words.8) As if to say: even the talk of practice still remains ... a talk, and the distinction between theory and practice is still a theoretical distinction. Thus we can understand a famous criticism by J. Evola, according to which Guénon is like someone who describes a beautiful woman, but does not provide any instruction to conquer her.
We are not interested in controversy, if not to bring out the difficulty involved in speaking about what is beyond words. Any metaphysical discourse inevitably shatters within the limitations of language. Even what we are saying here now, in some ways, cannot but result useless and contradictory. Therefore, to deepen the realization aspect of metaphysical knowledge, we just have to make a longer speech. And we do this by recalling yet again another page in which Guénon explains that the total realization of being constitutes the union of two aspects, or of two phases: the "ascending" realization and the "descending" realization.10) Understanding the first phase does not involve particular problems: transcending the limits and conditioning inherent in any particular state of manifestation means ascending to the unmanifested principle. But what is the point of discerned realization? Why, once one reaches the state of perfect bliss, should one descend back to the state of the manifested? The difficulty, explains Guénon, essentially consists in considering only the three states of manifestation, which Vedanta indicates as: wakefulness, dream, and deep sleep, corresponding respectively to the physical-lowbrow, subtle, and causal-unmanifested planes. The latter, corresponding to Īśvara o Brahman Saguņa, contains at the causal level the entire manifested world. However, there still exists a fourth state which is "neither manifested nor unmanifested," as it is the principle of both. What the Vedanta calls Turīya, or more simply the Fourth. In full and total realization, the ātman (the Self) must be known as manifested and unmanifested at the same time, and this corresponds to the state of Brahman Nirguņa: it is precisely to the latter that the descending realization refers. The techniques, whose teaching is obviously not the exclusive prerogative of Raphael, have, however, something problematic. They allow one to attain a power (the so-called Siddhis) but this power that derives from knowledge can in turn constitute a prison: the prison of the ego. The need then arises, as another book says, to proceed Beyond the illusion of the ego.17) It is the rupture of the process of individuation, of the quaternary ego, the true death of the Philosophers that allows to come out of the identified becoming and to realize the universal, or Christly state.18) Each Master performs a dharma [moral duty]. I think that the Guénon's one concerns the exposition of the doctrine. Raphael's dharma, whose name in the Sephirot tree is referred to as Tipheret's intelligence, it was to make the doctrine "descend," bringing the higher knowledge to the lower plane. There is an exposition of the doctrine of the center and an exposition of the doctrine from the center. Since Tipheret is also called "the healer," we can say that, if the former can be the exposition of the "dialectically" perfect doctrine, the second is the exposition of the doctrine ... "that heals." Still maintaining this image, we can compare the exposition of the doctrine of the center with the diagnosis made by the doctor, to which must follow the therapy. The exposition of the doctrine from the center, on the other hand, does not separate the two moments: while it explains the doctrine, it also heals from ignorance. To talk with Raphael meant to listening to the highest teachings without even noticing the dizzying height of the truth heard, if not after a more or less long time of reflection and meditation. |
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